organization, sensemaking

La mia introduzione ad un rapporto di ricerca sulla bilateralità


Chester Barnard nel suo saggio su “The functions of the executive” del 1938 identificò nella cooperazione la caratteristica evolutivamente stabile più rilevante del genere umano, ma nel contempo sottolineò come si trattasse di una circostanza estremamente instabile che richiedeva un costante sforzo collettivo. Uno dei padri della teoria organizzativa così scriveva in un contesto economico pervaso dalle conquiste produttive del taylorismo e del fordismo che avevano trovato una saldatura con l’intervento “riparatore” dell’attore pubblico delineato dalle politiche keynesiane inconsapevole di essere alla vigilia dei fenomeni di disgregazione che avrebbero portato al secondo terribile conflitto mondiale.

Il resto del ‘900 non avrebbe dato seguito alle speranze, almeno nei luoghi di lavoro, dove si osserverà l’incontrastato dominio di un modello di produzione e organizzazione baricentrato sulla divisione del lavoro e sulla relativa specializzazione, sebbene temperato dallo sviluppo di sistemi di regolazione più garantisti.

La necessità di discutere questo paradigma implicito (una vera e propria visione del mondo) è resa evidente dall’instabilità sociale, politica ed economica che questa illusione tecnocratica ha prodotto. Un paese come l’Italia ha gli strumenti identitari e storici per fornire le basi per un’alternativa grazie ad un sistema di relazioni industriali che pur attraversando la conflittualità degli anni ’70 ha saputo generare meccanismi di confronto istituzionalizzati e aperti alla bilateralità, tali da rappresentare un possibile collante sociale minimo anche nell’irrequietezza della fase politica denominata un po’ frettolosamente “Seconda Repubblica”.

La bilateralità introdotta formalmente dall’accordo del ’93, era già nelle cose, ma ha da quell’accordo trovato la sponda per generare un sistema di intervento orientato all’occupabilità a vantaggio dei lavoratori e alla produttività a vantaggio delle imprese che è oggi rappresentato dai Fondi Paritetici Interprofessionali, oggetto della ricerca presentata in questo volume.

Si tratta di una delle prime ricerche sistematiche sulla bilateralità che apre il campo ad una discussione che dovrà essere arricchita anche alla luce delle sfide che ci attendono. Va sottolineato come sia difficile ambire ad una generalizzazione dei risultati se si considera il contesto di riferimento che è molto vasto, complesso ed articolato. Tuttavia, la focalizzazione su un settore, la filiera meccanica, che ha da sempre contraddistinto il clima delle relazioni industriali consente di indicare una strada agli approfondimenti futuri che potrebbero riguardare ambiti produttivi caratterizzati da processi di trasformazione tecnologica differenti (ad esempio chimica, servizi, edilizia ecc.) e al contempo di trarre alcune prima considerazioni di contenuto e di metodo.

Il rapporto è ricco di informazioni e di prime proposte che riguardano le considerazioni di contesto, pertanto mi limiterò ad alcune brevi osservazioni sul metodo.

La prima chiama in causa l’idea di multilateralità, che fa riferimento implicito all’idea di stakeholder multipli. In un contesto che vede nella cooperazione l’elemento distintivo della capacità competitiva di imprese e sistemi nazionali e multinazionali, il ruolo dei professionisti e degli specialisti, pur importante, si deve aprire alle contaminazioni e alla condivisione a tutti gli attori coinvolti ai diversi livelli nella costruzione di capitale umano. I meccanismi di decisione e scelta non possono fare riferimento a modelli tecnici universalizzati, ma devono di volta in volta costruirsi attorno a tavoli comuni per tenere assieme il generale con il particolare, l’astratto con lo specifico. In questo è esplicito il grande fermento per la ricerca di nuovi modelli di azione sociale e politica, che evitino gli estremi dell’accentramento e della balcanizzazione, entrambi inadeguati alla fase che stiamo vivendo. Ma non è nella soluzione che queste istanze contrapposte si sposano, bensì nella condivisione dei processi dal loro inizio.

La seconda spiega il ruolo dell’Università degli Studi di Milano in questa ricerca e più in ispecifico nell’investimento che sta dispiegando per prepararsi a rispondere alle esigenze della formazione permanente e continua, avendo costituito una Divisione a ciò preposta, ma soprattutto avendo attivato un processo di cooperazione tra mondi scientifici differenti al suo interno e di proficua collaborazione con le diverse parti sociali al suo esterno. Interno ed esterno, beninteso, sono categorie di semplificazione, poiché un’università pubblica è vitale se i suoi confini sono porosi, se non pone barriere alla società che è chiamata a rappresentare e costruire.

In questo spirito, abbiamo accolto con interesse e disponibilità la proposta di rappresentare un attore “terzo” rispetto alle parti sociali, terzo, ma non distaccato e quindi disimpegnato, disponibile quindi a sostenere quel salto di qualità della cooperazione che riteniamo coerente con le necessità dei contesti produttivi che il paese sta vivendo.

I rapporti in una visione tradizionale concludono la ricerca, ma un contesto come quello attuale segnala la necessità che la aprano, contribuendo a quel processo di sensemaking, di costruzione del modo con cui guardiamo al mondo che ci circonda che è l’origine della sospensione del flusso di giudizio da cui solo nasce il cambiamento.

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