management, organization, sensemaking

Moby Dick


Banco del Mutuo Soccorso, Naima Club di Forlì (FC)

Image by zioWoody via Flickr

Il weekend suggerisce temi laterali rispetto al focus del blog, favoriti dalla pioggia che accende la musica. Ascolto Moby Dick del Banco del Mutuo Soccorso, ripensando alla fatica fatta a trovarla diversi anni fa su Limewire, uno dei primi repository di mp3 da scaricare gratis. Eh sì, ero meno pigro di oggi, quando mi limito a cercare nellITunes store e acquistare la musica che sto cercando. Dovevo trovarla, era un pezzo del mio passato che echeggiava nella memoria, mai posseduto nemmeno quando si registravano le canzoni dalle radio private con le musicassette…

“Chi è Moby Dick?”  può rappresentare una domanda più importante della risposta. Solo quando come Achab ci chiediamo chi è la nostra Moby Dick afferriamo la vita nella sua completezza, perché solo la ricerca di qualcosa che ci porta oltre il confine del noto e del possibile qui e ora ci consente di uscire dal qui e ora che è nemico di ogni consapevolezza. Il sensemaking è anche questo, trovare nelle interruzioni e nell’ambiguità della nostra esperienza di vita personale e professionale gli strumenti per costruire il mondo che ci circonda.

Troppo spesso incontro nelle organizzazioni persone che hanno perso la speranza, che la rinchiudono dentro le frasi vuote che sento ripetere in mille varianti. Spesso frasi vuote costruite senza emozione da consulenti o professori o manager senza emozione né speranze. Persone abbandonate dal desiderio di costruire, di comprendere, di esplorare la ricchezza delle organizzazioni e dei loro processi incessanti. Abbiamo perso nel sangue del ventesimo secolo il senso della rivoluzione, ma la rivoluzione nasce nell’istante in cui quello che fino a ieri era scontato viene messo in discussione. Esempi? Devo davvero usare obiettivi quantitativi per incentivare le persone? Devo proprio fare un corso di comunicazione per far parlare tra loro le persone? Devo credere continuamente di avere il potere di cambiare le persone e le organizzazioni?

Per ora, continuo a cercare Moby Dick perché la sorte corre nella sua scia…

One thought on “Moby Dick

  1. Giuseppe Concolato

    Leggo “Moby Dick” qualche giorno prima dell’ennesimo corso a cui devo partecipare in azienda, in tre moduli : pianificazione e gestione, presa di decisione e gestione delle risorse. Ovviamente si lavorerà in gruppo, si prepareranno lavori fra un modulo e l’altro, è previsto un follow up e la (eventuale) pubblicazione interna delle “best practice” emerse dal lavoro dei gruppi. La mia potrebbe sembrare spocchia di laureato nei confronti di una iniziativa prevalentemente rivolta a tecnici specialisti, salvo poche eccezioni tutti diplomati, portati dalla nostra nuova collocazione aziendale ad avere obiettivi e a lavorare per raggiungerli.
    Forse. In verità la mia perplessità deriva dalla situazione kafkiana che viviamo in RFI dove, a fronte di una “nuova” organizzazione della produzione e della commerciale, deliberata dall’AD il 7 luglio 2009 (si proprio oltre un anno fa) tale organizzazione è rimasta in gran parte sulla carta, siamo rimasti in una situazione ibrida, e a più riprese, ci è stato detto che tale organizzazione non verrà mai applicata. Peccato che nessuno, a oggi, ci abbia detto quale sarà la vera “nuova” organizzazione.
    Risultato: a seconda dell’impianto, uno dei circa 60 che ricadono nei miei due reparti, devo riferirmi a tizio o a caio, poichè non vi è unicità di line, e in cinque di questi devo riferirmi a Tizio e a Sempronio contemporaneamente, perchè nella organizzazione vecchia erano in una line e in quella “nuova”, ma mai applicata, sarebbero in un’altra line. La produzione prosegue, ma richiede il doppio di lavoro. Forse la vera rivoluzione sarebbe essere normali.

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