management, organization, technology

La necessità di un nuovo Rinascimento, la mancanza di una classe in grado di guidarlo…


rifacimento del modello Fiat 500 familiare (Au...

Image via Wikipedia

L’Italia è un paese che ha fatto dell’assurdo il tòpos più comune. Lo si comprende scorrendo i giornali, ascoltando il dibattito politico ed economico, fermandosi al bar il lunedì. Tutto vale. E quando non so come convincere gli altri, ecco emergere la presa diretta della testimonianza così bellamente tipizzata da Elio e le Storie Tese nel loro “mio cugino mi ha detto che ha visto…” In questo relativisimo imperante, relativismo si intenda non scientifico, ma del mondo della vita, il mondo comune, ci si affanna e ci si perde mentre il mondo reale procede per la sua strada incurante del nostro dibattere. Per carità, io per primo traggo piacere e forse senso dal dibattere come arte del vivere; se no che cosa fa un docente medio come me nell’università italiana?

Ecco allora che quando ci si avvicina al problema italiano della crescita non è difficile sentir dire per qualche settimana che il problema è la produttività. Poi si ritorna sulla rigidità del mercato del lavoro. Ancora il giro di giostra riporta al costo del lavoro. E pronti per ripartire. Ovviamente esiste una produttività di destra, una di sinistra, una di Confindustria e tre dei sindacati… Nessuno dice (o non lo si sente) che è necessario rovesciare il modo con cui si affronta il tema del lavoro. Quasi 65 anni di Repubblica hanno visto dominato il campo da un’ossessione dell’offerta. Il problema è sempre nella modalità di accesso al fattore lavoro, perché costa troppo, perché è rigido, perché non ha il mix di competenze adeguate (e quindi è un problema di scuola, università, formazione professionale). Poi quando ci si confronta con gli altri paesi europei si scopre che un neo-laureato italiano ha una retribuzione in ingresso che può arrivare al 30% in meno (cifra più, cifra meno, mi scusino gli economisti del lavoro…), ma soprattutto ha opportunità di crescita e di sviluppo molto inferiori a parità di qualità personali.

Il problema infatti è di domanda, non di offerta. Cosa voglio dire? La domanda di lavoro delle imprese italiane è (con buona pace degli sbrodolamenti sul talento e merito, a partire dal delirio di Abravanel consulente del Ministero…) scarsamente qualificata, poco concentrata sulla valorizzazione individuale. E le ragioni possono essere in prima istanza ricondotte a circostanze esterne ed interne all’impresa. Le circostanze esterne sono ben note. L’Italia è caratterizzata da un’impresa micro che non ha nell’assetto attuale né incentivi, né sanzioni che spingano verso la crescita e questo produce modelli organizzativi conservativi e poco orientati alla delega che non sia operativa. Il mito tutto autarchico dell’imprenditoria italiana dimentica di ricordare che siamo un paese di imprenditori, sì, ma non di imprese, quindi un paese dove gli imprenditori costruiscono, ma non sanno far evolvere. Una seconda circostanza esterna è quella che riguarda i processi di consolidamento europeo delle multinazionali che stanno di fatto rendendo l’Italia un paese periferico a sola vocazione commerciale. I processi critici non abitano più qui, rimangono ancora per un po’ solo quelle attività inesorabilmente legate all’utilizzo dell’italiano e alla nostra farraginosa legislazione. Prova ne sia che le Direzioni risorse umane si stanno completamente svuotando, in alcuni casi non hanno nemmeno più la possibilità di decidere i percorsi di formazione o selezione! Veniamo alle circostanze interne. L’Italia è forse il paese dove in modo più evidente tutta la società è divenuta post-fordista (nei consumi, nell’orientamento al terziario, nella cultura ormai anti-lavoro manuale ecc.), ma ha mantenuto modelli di organizzazione del lavoro rigidamente fordisti sia nella configurazione del tempo lavorato sia nella configurazione dei rapporti di potere e gerarchia. Le ricerche lo dimostrano da anni. Nel nostro paese prevalgono modelli di organizzazione del lavoro tradizionali o fordisti, mentre il resto dell’Europa si è mosso rapidamente verso modelli lean o di learning organization (si vedano i lavori di Lorenz e Lundvall, di cui sono disponibili online anche delle presentazioni in powerpoint).  Il telelavoro non si diffonde perché prevalgono rappresentazioni medievali del rapporto di lavoro, condite da narrazioni quasi mitologiche che si tramandano di manager in manager. Potrei continuare la lista di elementi che ci trattengono in un guado incompiuto.

La politica, intanto, è dominata da competenze lontane dal mondo dell’impresa: giuslavoristi, economisti macro, esperti di scienza delle finanze. Competenze che avevano un senso in un modello di regolazione di stampo fordista, ma che oggi non conoscono più la realtà del mondo del lavoro organizzato e che spesso non vedono un’impresa da vent’anni quando va bene, nutrendosi delle rappresentazioni astratte che ne fanno Confindustria e i Sindacati. Prevale in loro una cultura del dato aggregato che non ha senso in un mondo post-fordista. Si aggiunga che la politica e la corte che la accompagna sono composte da persone che non hanno nessuna contezza dell’evoluzione sociale e tecnologica che sta avvenendo, nutrendosi anche qui dei soliti noti, i vari De Rita, Diamanti ecc. Tutte persone, beninteso, competenti, ma allevate dentro il mito del mondo dell’organizzazione che fu. La finestra di innovazione del nostro paese si sta richiudendo sull’ennesima occasione che abbiamo avuto per cancellare quel gap che ci portiamo dentro dalla tardiva industrializzazione di fine ‘800. Ma è ancora aperta. E’ la finestra della nuova, potente tecnologia sociale disponibile (come la chiamerebbe Arthur Stichcombe), ovvero i sistemi di cooperazione basati su social network e affini. Si tratta di trovare gli strumenti per una politica della domanda di lavoro, di indirizzare l’investimento pubblico residuo in questa direzione. Chi avrà il coraggio di farlo? Chi per primo romperà, ad esempio, il tabù di una legge costrittiva dell’interazione online come   i Decreti Pisanu e Romani. Questo sul fronte politico. Su quello organizzativo, ci chiediamo quali imprese sapranno davvero cambiare pelle e ripensare la loro organizzazione del lavoro.

Share your ideas

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s