management, sensemaking

La crisi delle elites


In questi momenti convulsi, alla vigilia di una settimana che si preannuncia molto calda su tanti fronti, l’immigrazione, la prescrizione breve, il processo Rubygate, la tentazione è di semplificare come fa Montezemolo e individuare nella sola politica il problema di un paese. In realtà, uno sguardo più attento ci lascia la sensazione di una gravissima crisi, più che del paese, dei meccanismi della sua rappresentanza e delle sue élites.
Tramontata la classe dirigente che ci ha portati fuori dalla seconda guerra mondiale, complice una stagione feroce di Mani Pulite, siamo rimasti nelle istituzioni e nelle imprese con una classe dirigente che non ha mai subito realmente processi di concorrenza, ma che si è vista regalare un paese dalla sera alla mattina mentre chi li precedeva veniva decapitato metaforicamente e non solo. Questa classe dirigente virtualmente non contendibile (cioè minacciata da conocorrenza), perché ramificata nei gangli decisionali ha dilapidato tutto ciò che eravamo riusciti a costruire. Si auto-perpetua come dimostrano le nomine nelle imprese e negli organi di Governance, profitta costantemente di un ruolo dello Stato nella spesa pubblica propria ed impropria unico al mondo, ma si fa poi alfiere di un presunto liberismo e delle magnifiche sorti del mercato, complici anche diversi economisti che la soccorrono intellettualmente…
Con questa leadership, non ci salveremo. Si pone quindi drammatico il tema di un passaggio di consegne che in regime di democrazia richiede l’elaborazione di alternative. Il rinnovamento delle élites richiede la ricostruzione di quelle istituzioni che le formavano. Abbiamo sostituito al lento e meditato sviluppo, la selezione, come da metafora dei reality che ci circondano. Personaggi di poco spessore saltano rapidamente su posizioni di rilievo sulla base di logiche di cooptazione ormai senza controllo. Un’intera classe dirigente profitta dello status quo e si dimostra ormai perfino strafottente rispetto alla presa di responsabilità.
Anche nelle imprese, fanno carriera non i più capaci come da retorica si vuole far credere, ma i più abili politicamente, soprattutto se abituati a fare la voce grossa con i deboli e quella sussiegosa con i potenti. Un paese di yes men produce imprese dove il dissenso è mal tollerato, dove le persone non sono oneste, dove chi guida è accecato dalla incapacità dei collaboratori di dire la verità. I mali dei nostri principali partiti, ossessionati da una leadership immatura, sono i drammi delle nostre aziende.
Ma è ora di dire a gran voce che il Re è nudo e pretenderne la messa in discussione!

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