Human resource management, technology

Learning and training are never going to be the same again

Khan Academy is an interesting new concept for education that takes profit from the power of the Net to provide a comprehensive collection of learning aids. Education is the Next big thing, since the evolution and increasing complexity of societies requires a collective effort tho improve human ability to cope, through learning and knowledge sharing. However, traditional institution were built around a book-centric view of learning and still favor spatial concentration into schools and universities. The book-centric education probably is at the roots of a design of learning that is based on sequential steps that need to be administered through formal processes guided by instructors, teachers or professors. Khan is making a bet on an alternative path to learning whereby people can access to close-to-infinte resources whenever they want, at their own pace. And the capital market seems to trust him if we consider that he just got funding for $5 Million (see the story at Khan Academy Snags $5 Million To Blow Up Education).
If education can change so dramatically, what about learning and training within business? When will we stop considering learning as a set of contents and focus on learning as the complement to day-by-day working? When will we devise systems that pop-up onto monitors, smartphones, tablets whenever employees desire to learn on the basis of what they are doing?

management, organization, sensemaking

Abitudini, mode e convinzioni prevalgono sui fatti

Il management non è un’arte e nemmeno una scienza, ma una responsabilità. Le azioni e le decisioni di un manager hanno ricadute importanti su tanti esseri viventi e necessitano oltre che di abilità e intelligenza, di tanta capacità di sostenere in modo positivo l’ansia collegata all’incertezza per le conseguenze delle proprie azioni. Un manager non è infallibile, sa che può sbagliare, ma può rispondere a questa situazione in modi diversi. Vi sono cattivi manager che rispondono ostentando una continua e strafottente sicurezza, altri che si ostinano a ripetere i dettagli per non considerare l’alea e infine i buoni manager che lasciano che la loro umanità, ovvero l’impossibilità di essere perfetti agisca spingendoli a riflettere, prendere informazioni e interrogarsi sui propri processi decisionali prima di scegliere comunque con risolutezza. I primi, i cattivi manager, se trasudano tracotanza si fidano solo di sé e non fanno crescere l’organizzazione, sono degli scommettitori oppure talvolta in segreto si affidano ciecamente a consulenti di turno che li convincono di avere la risposta, sembrando simili a chi si rivolge a fattucchiere ed astrologi, nella loro cieca ottusità.  Dimostrano di essere piccoli uomini con piccole idee anche se con tanto potere… I buoni manager, invece, cercano persone che dicano la verità, che gli consentano di non illudersi nelle proprie convinzioni e quando li trovano non hanno il bisogno di giocare al maschio Alfa, perché non coltivano l’illusione della perfezione egocentrica.

In questo articolo sul Financial Times si sviluppano alcune osservazioni critiche su quanto poco i manager siano influenzati dal sapere effettivo cumulato:

FT.com / Business education / Soapbox – Popular fads replace relevant teaching.

Anche the Edge aiuta a comprendere come problemi sistemici quali quelli con cui si confronta il management non possano richiedere risposte semplici e unidimensionali. Edge raggruppa in chiave multidisciplinare persone che si interrogano sui problemi con cui si confronta l’umanità e rendono disponibili a tutti i risultati delle loro riflessioni:

Tools for Thinking – NYTimes.com.

Una Direzione risorse umane ha la responsabilità di far aprire gli occhi al top management e farlo confrontare con queste realtà, prima che sia troppo tardi.

 

management, sensemaking

L’inganno della meritocrazia

Le parole sono importanti, poiché sebbene non costruiscano il mondo in cui viviamo, diventano la base sulla quale assegnamo il senso alle nostre idee e decisioni. Ecco perché l’abuso delle parole è pericoloso.

Una delle parole oggi più vuote è meritocrazia e non a caso riempie la bocca un po’ di tutti… i politici di ogni ordine e colore, i maitres a penser in quota ai “tripoli” (tre poli…), giù giù fino al mio barista. Ogni problema di funzionamento della società è legato all’assenza di meritocrazia. La scuola non educa, perché gli insegnanti sono mediocri e sono mediocri perché non c’è meritocrazia. L’università non sviluppa il capitale umano, perché i docenti sono tutti “figli di” e lo sono perché non c’è meritocrazia.

L’idiozia contagia velocemente le collettività che smettono di pensare come quella di questo Paese perduto . Basterebbe il buon senso per smontare queste affermazioni, senza dover mettere in campo i dati. Stupisce che l’idiozia permei i discorsi di “non idioti”, anzi di potenzialmente saggi. Eppure, basta scorrere le perle dei Abravanel, Giavazzi, Boeri, Tinagli, Montezemolo, Marcegaglia ecc. per scoprire che l’ossessione del consenso spinge anche individui pensanti (e ben pensanti) alla facile scorciatoia dell’ammicco popolare. Su nulla è più facile (perché bipartisan e quindi meno rischioso) che sull’appello alla meritocrazia che, ovviamente, in un mondo accecato dall’illusione economicista di una non-scienza (l’economia), si accompagna all’incentivazione. Volete spostare il mondo? Non datemi una leva, non spiegatemene il senso e il progetto, ma incentivatemi sul risultato e lo sposterò. Un assunto illogico, pre-empirico, sbagliato e per certi versi poco morale su cui si costruisce la sorte luminosa di pensatori d’accatto, tanto amati però da un intellighentia che ha abbandonato da tempo l’immaginazione per dedicarsi al solo potere…