management, sensemaking

La lezione della Libia

In queste ore, la situazione della Libia è oggetto drammatico di tutti i media. Le considerazioni prevalenti riguardano aspetti geo-politici ed economici, come è ovvio sia. La situazione drammatica di quel popolo a noi così vicino combatte per le prime pagine con notizie a cui ormai siamo abituati in questo Paese sedato, ovvero le ultime intemperanze di un leader in disfacimento (no, non Gheddafi, purtroppo…) o la terribile vicenda di una adolescente uccisa (sulla quale, però ci sarebbe molto poco da raccontare o discutere se non per compiacere una certa vena orrorifica, tanto cara ai media…). La situazione in Libia, come prima quella in Tunisia ed Egitto racconta della stupefacente relazione che esiste tra chi gestisce, comanda e chi è gestito, comandato. Questa relazione ha al suo interno un nesso fortissimo di interdipendenza che rende qualsiasi potere, anche il più forte, potenzialmente smarrito e annullato, quando si incrina il senso.

In molte organizzazioni capita di incontrare persone che fanno affidamento sul proprio ruolo per comandare e prendere decisioni. Lo rafforzano con ostentazione di simboli e di vicinanza con altri ruoli di potere. Pensano di legittimarlo dovendo ad ogni costo dimostrare di non aver bisogno di nessuno e di conoscere sempre meglio degli altri qualsiasi cosa. Si rafforzano così nella debolezza di chi pensa di potersi bastare. Nel tempo si isolano e creano le basi perché le persone aspettino solo il momento in cui cadranno perché il castello di carte su cui hanno costruito la loro carriera verrà spazzato via. A volte, è un collaboratore più infido e scaltro di loro che li scavalca e crea un asse con il loro capo. Altre volte,  è la solitudine e l’incompetenza che li porta ad errori così marchiani che nessun rapporto di lealtà può consentire di coprire. Infine, capita semplicemente perché le persone smettono di ascoltarli e di rispondere al loro grido di potere.

Scompaiono, un po’ come il vecchio leone che perde l’ultimo duello e nessuno si ricorda più di loro. Quel che è peggio, è che usciti dal loro branco, incrociano il vuoto di un’esistenza priva di significati. Solo in Italia, a quel punto, trovano la mano salvifica dei media che ne fanno esperti o di qualche altro vecchio leone che ancora comanda un branco. Sono i Geronzi, gli Abravanel ecc. che continuano a comandarci anche dopo l’esautorazione. Che tristezza…

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L’inganno della meritocrazia

Le parole sono importanti, poiché sebbene non costruiscano il mondo in cui viviamo, diventano la base sulla quale assegnamo il senso alle nostre idee e decisioni. Ecco perché l’abuso delle parole è pericoloso.

Una delle parole oggi più vuote è meritocrazia e non a caso riempie la bocca un po’ di tutti… i politici di ogni ordine e colore, i maitres a penser in quota ai “tripoli” (tre poli…), giù giù fino al mio barista. Ogni problema di funzionamento della società è legato all’assenza di meritocrazia. La scuola non educa, perché gli insegnanti sono mediocri e sono mediocri perché non c’è meritocrazia. L’università non sviluppa il capitale umano, perché i docenti sono tutti “figli di” e lo sono perché non c’è meritocrazia.

L’idiozia contagia velocemente le collettività che smettono di pensare come quella di questo Paese perduto . Basterebbe il buon senso per smontare queste affermazioni, senza dover mettere in campo i dati. Stupisce che l’idiozia permei i discorsi di “non idioti”, anzi di potenzialmente saggi. Eppure, basta scorrere le perle dei Abravanel, Giavazzi, Boeri, Tinagli, Montezemolo, Marcegaglia ecc. per scoprire che l’ossessione del consenso spinge anche individui pensanti (e ben pensanti) alla facile scorciatoia dell’ammicco popolare. Su nulla è più facile (perché bipartisan e quindi meno rischioso) che sull’appello alla meritocrazia che, ovviamente, in un mondo accecato dall’illusione economicista di una non-scienza (l’economia), si accompagna all’incentivazione. Volete spostare il mondo? Non datemi una leva, non spiegatemene il senso e il progetto, ma incentivatemi sul risultato e lo sposterò. Un assunto illogico, pre-empirico, sbagliato e per certi versi poco morale su cui si costruisce la sorte luminosa di pensatori d’accatto, tanto amati però da un intellighentia che ha abbandonato da tempo l’immaginazione per dedicarsi al solo potere…