Human resource management, technology

Learning and training are never going to be the same again

Khan Academy is an interesting new concept for education that takes profit from the power of the Net to provide a comprehensive collection of learning aids. Education is the Next big thing, since the evolution and increasing complexity of societies requires a collective effort tho improve human ability to cope, through learning and knowledge sharing. However, traditional institution were built around a book-centric view of learning and still favor spatial concentration into schools and universities. The book-centric education probably is at the roots of a design of learning that is based on sequential steps that need to be administered through formal processes guided by instructors, teachers or professors. Khan is making a bet on an alternative path to learning whereby people can access to close-to-infinte resources whenever they want, at their own pace. And the capital market seems to trust him if we consider that he just got funding for $5 Million (see the story at Khan Academy Snags $5 Million To Blow Up Education).
If education can change so dramatically, what about learning and training within business? When will we stop considering learning as a set of contents and focus on learning as the complement to day-by-day working? When will we devise systems that pop-up onto monitors, smartphones, tablets whenever employees desire to learn on the basis of what they are doing?

management, sensemaking, technology

Capire il 2.0

Michael Lee Wesch

Image via Wikipedia

Michael Wesch è un antropologo della Kansas State University che si occupa di analizzare gli effetti delle tecnologie e dei social media sulla società moderna. La sua attività di ricerca si estende oltre i confini tradizionali del rapporto tra aula e società e coinvolge gli studenti in percorsi di auto-riflessione ed apprendimento che configurano l’inizio di una nuova era per l’higher education. Ha un canale su YouTube che riporto nel link sottostante dove è possibile visionare tra gli altri il celeberrimo “The machine is (changing) us”.

Stiamo vivendo una transizione epocale e molti di noi, afferrati dalla quotidianità e dalla routine, faticano ad accorgersene. Il lavoro di Wesch è un segnale, un primo gate di accesso ad una nuova dimensione del vivere sociale. Un frammento, quasi simile a quelli dei racconti fantasy, dove si è chiamati a ricomporre un messaggio del passato e assegnarli un senso. Un frammento che ci parla del mondo che verrà e che ci consente di prepararci e preparare le nostre organizzazioni. Il nostro lebenswelt (mondo della vita) è fatto di tante cose che ci sembrano essere qui da sempre e che prendiamo per date. I nostri concetti di economia basata sullo scambio, l’idea che le organizzazioni nascano per fare profitto, la regolazione sociale basata su aggregazioni di nazionalità. In realtà, a ben giudicare, sono tutte modalità di regolazione sociale nel complesso recenti, ma soprattutto non insostituibili.  Chi si occupa di gestione delle risorse umane è il primo interprete nell’organizzazione di un mondo che cambia. Ma questo richiede il coraggio di osare, di andare oltre il senso comune, di costruire nuove prospettive di regolazione del rapporto tra persona e impresa. No, non sto parlando di modelli giuslavoristici che sembrano essere gli univi che scaldano il cuore agli HR italiani, ma di una nuova prospettiva di senso!

YouTube – Il canale di mwesch.

management, technology

Web 2.0 e cultura di sfondo

Un recente articolo di The Chronicle of  Higher Education, giornale online dedicato all’apprendimento universitario e post-universitario evidenzia come il processo di diffusione del Web 2.0 non sia neutro dal punto di vista culturale. Gli studenti della Singapore Management University esposti all’utilizzo di un sistema wiki hanno manifestato resistenze legate alla facilità con la quale si può modificare ciò che altri hanno scritto. L’articolo rappresenta un’interessante lettura, a tratti controversa.

Le tecnologie non sono neutre. E’ una frase che da organizzativo ho ripetuto tante volte in aula o nelle aziende. Introdurre un sistema ERP non vuole solo dire rendere più efficienti i processi di raccolta dei dati, ma ripensare e spesso scelrotizzare il modo con cui si prendono le decisioni dentro un’organizzazione. Allo stesso modo, introdurre sistemi basati sulla logica del web 2.0 (quello che molti chiamano enterprise 2.0, nell’attesa di un nuovo nome…) non significa solo aprire canali nuovi di connessione tra le persone, ma porre le basi per un ripensamento profondo del modello di organizzazione, un passaggio da un modello di tipo push ad uno pull. In un modello push, i processi seguono le sequenze e le regole dalla pianificazione all’azione; in un modello pull, domina la capacità di contestualizzare e riscoprire l’organizzazione a seconda delle risorse e delle opportunità che si presentano.

Nonostante siano trent’anni che si afferma che il modello di sistema aperto rappresenta l’organizzazione, le nostre imprese sono ancora chiuse e orientate da un paradigma push di derivazione taylorista. Perché? Per la paura del management di dover trovare nuovi strumenti per legittimare la propria autorità, paura che la distanza dalle nuove tecnologie in un paese lento e vecchio come il nostro non può che accentuare.